Sembra che l'apice della trasformazione sociale contemporanea, in Italia, sia avvenuta con il boom economico degli anni 50-60 e poi le dinamiche non siano state che la conseguenza di quella, con lo scontro generazionale poi spentosi alla fine del secolo. Ma a ben vedere non è così. Gli ultimi 25 anni, quelli del secolo in cui stiamo vivendo, gli anni del "caos calmo", hanno segnato una metamorfosi epocale forse ancora più profonda di quella descritta da Pasolini.
Nel 2002 a Braccano fu fatta una mostra di fotoritratti delle persone del Paese. Il fotografo Fabrizio Massari ritrasse la gente del paese negli anni precedenti e ne volle fare una mostra. Dalle parole di Angelo Antonelli, che curò la presentazione, emerge un altro mondo in cui forse nessuno dei braccanesi di oggi oggi è in grado di riconoscersi...
«Le immagini parlano, hanno sempre parlato La storia è fatta di parole, ma anche di immagini, che ricordano i momenti più importanti della vita e delle vicende umane. Dalle pitture rupestri ai grandi maestri del Novecento, pittori e fotografi hanno sempre ritratto, in posa o spontanee. La fotografia è arte. La qualità è data dal soggetto, ma anche da come viene presentato e rappresentato; anche nel bianco e nero c'è la ricerca della luce, come nella pittura, la luce di cui sono protagoniste tutte le arti visive. Senza luce non si creano immagini. I maestri dell’Ottocento prediligevano i paesaggi abbandonati e le figure di popolani, esclusi dalla retorica ufficiale, ritratti senza storia, ma che sotto il gioco della luce diventavano veri e propri capolavori. Un po’ come succede per questi personaggi ritratti in un bianco e nero, ma pieni di luce.
I protagonisti di queste immagini non hanno posato, sono stati colti al momento, non si sono messi in posa; ma è qui che sta la maestria di chi sta dietro la macchina fotografica e sa cogliere l'anima dei soggetti che ritrae. I personaggi di questa comunità, ritratti nel 2004, parlano di una vita semplice, a volte difficile, dura, fatta di dolori e fatica, ma col sorriso sulle labbra, per dire grazie alla vita. Felici di posare perché ritratti; quei visi parlano di dignità, la dignità che regala la vita di chi ama le cose semplici. Ad ognuno si associa un nome, un cognome, a volte anche un soprannome, ma qui non ci interessa, perché è un'intera comunità che si esprime.
Quando non sono volti, sono scene di vita comune, bambini che giocano, vecchi seduti su una panchina, signore dal volto rugoso, ma sereno, perché in sintonia con le cose del mondo.
Sono trascorsi anni da quegli scatti, alcuni di quei protagonisti non ci sono più, di loro almeno rimane memoria e qualcuno li ricorderà per sempre. A loro si associano abitudini e gesti di un vivere quotidiano: lavorare, raccontare, dialogare, parlare, commentare... Tutto quello che si fa in una comunità, in cui tutti vivono e convivono. Figure senza tempo, perché il tempo è il protagonista delle nostre vite, tutto procede inesorabilmente; eppure queste immagini hanno la facoltà di fermarlo, consegnandolo alla memoria. Ricordare vuol dire pensare, tornare indietro, vivere l’istante di un'emozione.
Queste foto raccontano la storia di una comunità legata alla terra, lo dicono le rughe di quei visi, preziose come i solchi tracciati sui campi dalle loro mani. Il mondo contadino è duro, oggi campagna e città si confondono, ma l'identità di una comunità resta; è difficile cancellarne le origini, lo testimoniano i volti di quei vecchi in posa, di quelle signore felici di essere fotografate, perché qualcuno ha chiesto loro di diventare protagoniste di un racconto, anche se per il breve tempo di uno scatto».
prof. Angelo Antonelli
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