giovedì 17 settembre 2026

Gli ultimi venticinque anni hanno segnato una trasformazione inimmaginabile nelle comunità dei piccoli paesi d'Appennino.

Sembra che l'apice della trasformazione sociale contemporanea, in Italia, sia avvenuta con il boom economico degli anni 50-60 e poi le dinamiche non siano state che la conseguenza di quella, con lo scontro generazionale poi spentosi alla fine del secolo. Ma a ben vedere non è così. Gli ultimi 25 anni, quelli del secolo in cui stiamo vivendo, gli anni del "caos calmo", hanno segnato una metamorfosi epocale forse ancora più profonda di quella descritta da Pasolini. 

Nel 2002 a Braccano fu fatta una mostra  di fotoritratti delle persone del Paese. Il fotografo Fabrizio Massari ritrasse la gente del paese negli anni precedenti  e ne volle fare una mostra. Dalle parole di Angelo Antonelli, che curò la presentazione, emerge un altro mondo in cui forse nessuno dei braccanesi di oggi oggi è in grado di riconoscersi...

«Le immagini parlano, hanno sempre parlato  La storia è fatta di parole, ma anche di immagini, che ricordano i momenti più importanti della vita e delle vicende umane. Dalle pitture rupestri ai grandi maestri del Novecento, pittori e fotografi hanno sempre ritratto, in posa o spontanee. La fotografia è arte. La qualità è data dal soggetto, ma anche da come viene presentato e rappresentato; anche nel bianco e nero c'è la ricerca della luce, come nella pittura, la luce di cui sono protagoniste tutte le arti visive. Senza luce non si creano immagini. I maestri dell’Ottocento prediligevano i paesaggi abbandonati e le figure di popolani, esclusi dalla retorica ufficiale, ritratti senza storia, ma che sotto il gioco della luce diventavano veri e propri capolavori. Un po’ come succede per questi personaggi ritratti in un bianco e nero, ma pieni di luce. 
I protagonisti di queste immagini non hanno posato, sono stati colti al momento, non si sono messi in posa; ma è qui che sta la maestria di chi sta dietro la macchina fotografica e sa cogliere l'anima dei soggetti che ritrae. I personaggi di questa comunità, ritratti nel 2004, parlano di una vita semplice, a volte difficile, dura, fatta di dolori e fatica, ma col sorriso sulle labbra, per dire grazie alla vita. Felici di posare perché ritratti; quei visi parlano di dignità, la dignità che regala la vita di chi ama le cose semplici. Ad ognuno si associa un nome, un cognome, a volte anche un soprannome, ma qui non ci interessa, perché è un'intera comunità che si esprime. 
Quando non sono volti, sono scene di vita comune, bambini che giocano, vecchi seduti su una panchina, signore dal volto rugoso, ma sereno, perché in sintonia con le cose del mondo.

Sono trascorsi anni da quegli scatti, alcuni di quei protagonisti non ci sono più, di loro almeno rimane memoria e qualcuno li ricorderà per sempre. A loro si associano abitudini e gesti di un vivere quotidiano: lavorare, raccontare, dialogare, parlare, commentare... Tutto quello che si fa in una comunità, in cui tutti vivono e convivono. Figure senza tempo, perché il tempo è il protagonista delle nostre vite, tutto procede inesorabilmente; eppure queste immagini hanno la facoltà di fermarlo, consegnandolo alla memoria. Ricordare vuol dire pensare, tornare indietro, vivere l’istante di un'emozione. 
Queste foto raccontano la storia di una comunità legata alla terra, lo dicono le rughe di quei visi, preziose come i solchi tracciati sui campi dalle loro mani. Il mondo contadino è duro, oggi campagna e città si confondono, ma l'identità di una comunità resta; è difficile cancellarne le origini, lo testimoniano i volti di quei vecchi in posa, di quelle signore felici di essere fotografate, perché qualcuno ha chiesto loro di diventare protagoniste di un racconto, anche se per il breve tempo di uno scatto».

prof. Angelo Antonelli 


martedì 1 settembre 2026

Per affrontare la questione dei paesi dell'interno, occorre "esserci"

Riporto un interessante post su facebook scritto da Angelo Ferracuti, noto e bravo scrittore fermano, in merito a due diverse visoni della realtà dei paesi dell'interno espresse recentemente in uno scambio tra Christian Raimo e Franco Arminio: 

"Un po' conosco i paesi, ho scritto un libro sul terremoto del centro Italia, "Gli spaesati" (Ediesse), con le fotografie di Giovanni Marrozzini (questa è una foto del libro) e setacciato in auto a piedi tutto il Cratere per un anno intero. Quindi questo non dialogo tra Christian Raimo e Franco Arminio - PAESOLOGO francamente mi lascia perplesso. Perchè il primo ha scritto in un post cose un po' trachant, applicabili anche ad altri contesti, mentre Franco, che non era citato, lo ha accusato di "sparare fango" sui paesi. Legittime entrambe le posizioni, ma anche una occasione perduta. Capisco l'accanimento di Arminio che i paesi li ha scoperti quando nessuno se ne occupava e si era accorto di loro, che ha scritto alcuni libri di rara bellezza, come il piccolo capolavoro "Viaggio nel cratere", tra gli altri, ma tutto questo fervore è davvero utile ai paesi, a quell'Italia interna abbandonata dalla politica (dalla sinistra in primis) o resa un grande mercato clientelare dalla destra, nelle Marche-Umbria-Lazio e Abruzzo in particolare dal Commissario Castelli di Fratelli d'Italia? Certo i paesi sono memoria, complessità, economia, sono migrazione, non solo "alcolismo, razzismo e maschilismo", sono comunità di stranieri che si sono spostati da latitudini lontane, sono luoghi di culto, sono prodotti tipici unici, sono bellezza paesaggistica, come disperazione e solitudine. E stanno morendo di desertificazione perché hanno portato via i luoghi della socialità, dei servizi, non c'è più l'ufficio postale, il falegname, il negozio di alimentari, perché non c'è un vero progetto politico per farli rivivere, per dare loro un futuro. Più che accapigliarsi "a distanza", discutere qui, non sarebbe più utile che gli intellettuali e la sinistra per un po' si spostassero dagli studi televisivi e dai social per tornare nei paesi? Per tornare con i corpi nei paesi e nel Paese?"

Penso che Angelo Ferracuti abbia centrato ottimamente la questione: "tornare con i corpi nei paesi (e nel Paese). Ed è proprio quello che stiamo facendo a Braccano. "Esserci" e affrontare la realtà dei paesi senza retoriche e pregiudizi. Cercando di vedere la realtà con gli occhi, di sentirla con il cuore, di comprenderla con la mente.

I paesi hanno in sè quella bellezza commovente, quella poesia che ci mostra Armino, ma anche quella aridità, quella inaspettata "cattiveria" e chiusura che denuncia Raimo. E sono anche altro... Sono possibilità, sono immaginazione, sono delusione e meraviglia...sono una strada da percorrere, pregando e bestemmiando all'occorrenza, ma continuando a camminare senza fermarsi mai, con ostinazione e passione. Davanti a tutti magari. Dando l'esempio agli altri senza giudicare nessuno.

Carlo Brunelli

Braccano e le parole perdute

 A Braccano c'è questa particolarità: la gente perde le parole. E allora capita di trovare le parole perse per la strada. Non so come ac...