martedì 9 giugno 2026

Lo spopolamento invisibile

 Riporto un interessante articolo pubblicato ieri su "Rinascita" e firmato da Salvatore Bimonte.


Lo spopolamento invisibile: la vera crisi delle aree interne

Nelle aree interne non se ne vanno solo le persone: si svuotano legami, valori e comunità. Serve il coraggi di una rinascita che sia prima di tutto umana, sociale e culturale.

Sempre di più, quando volgiamo lo sguardo alle cosiddette aree interne del nostro Paese, la narrazione dominante si sofferma ostinatamente su un unico, drammatico dato oggettivo: lo spopolamento demografico. Raccontiamo, con toni che oscillano pericolosamente tra la nostalgia sterile e la rassegnazione, di intere famiglie costrette a fare i bagagli. Parliamo in continuazione di giovani che devono emigrare per cercare altrove quel futuro che i loro luoghi d'origine sembrano strutturalmente incapaci di promettere. Ci concentriamo in modo quasi ossessivo sui portoni sbarrati, sulle piazze deserte, sulle scuole di provincia che accorpano le classi in pluriclassi e, alla fine, chiudono definitivamente i battenti. Ma siamo davvero sicuri che lo spopolamento sia esclusivamente un fenomeno materiale, fatto di aridi numeri anagrafici che si assottigliano e di case abbandonate?

La tesi che intendiamo porre al centro del dibattito, andando oltre la retorica consolidata, è un’altra. Lo spopolamento più grave e insidioso, quello che sta realmente sventrando le fondamenta stesse delle nostre comunità marginali, è uno spopolamento valoriale.

Si sente spesso ripetere, come un mantra rassegnato nei luoghi di ritrovo, che “non esistono più i valori di una volta”. Eppure, dietro questa frase fatta, che rischia di suonare come un vuoto lamento, si nasconde una verità lacerante e profondamente politica. Siamo tutti sempre più presi dalle apparenze. Siamo fagocitati da un individualismo atomizzante che ha contagiato, come un virus silenzioso, anche quei luoghi che, per tutto il Novecento, avevamo considerato le roccaforti inespugnabili del senso di comunità e della solidarietà. Ci stiamo, tragicamente, perdendo la sostanza umana.

Di fronte a questa emorragia, la reazione più diffusa è l’ipocrisia. Facciamo finta di non vedere. Le amministrazioni, la politica a ogni livello e, molto spesso, le stesse comunità residenti scelgono la strada più facile: nascondere i problemi dietro proclami vuoti, narrazioni rassicuranti e demagogie varie.

Si esalta mediaticamente il “turismo lento”, si finanziano sagre folcloristiche e si investe sulla promozione delle tradizioni culinarie. Nel frattempo, però, si stende un velo pietoso complice e colpevolmente omertoso sulla realtà quotidiana e cruda di chi in quelle aree ai margini ci vive e, troppo spesso, si limita a sopravvivere lottando contro l’isolamento. Oggi, sempre di più, nelle nostre zone interne si radicano e proliferano a dismisura problemi reali, concreti e socialmente devastanti. Droga, alcolismo e gioco d’azzardo non sono più spettri confinati esclusivamente nelle periferie di degrado delle grandi metropoli. Al contrario, sono diventate vere e proprie piaghe sociali della nostra provincia più profonda e dimenticata.

In contesti in cui la marginalità geografica si traduce inevitabilmente in marginalità economica e culturale, le nuove dipendenze trovano un terreno drammaticamente fertile. La mancanza di lavoro dignitoso, l’assenza cronica di stimoli culturali, il taglio sistematico dei servizi di trasporto e di welfare hanno creato un vero e proprio vuoto. In questo vuoto desolante, i bar locali un tempo luoghi primari di aggregazione sana, di scontro e dibattito politico si trasformano talvolta in sale slot improvvisate. Luoghi oscuri dove si bruciano stipendi già decurtati e magre pensioni, nell’illusione disperata di un riscatto economico immediato. La patologia del gioco divora i risparmi di una vita nel silenzio generale.

Le piazze, un tempo cuore pulsante della vita civica, si svuotano di partecipazione democratica e si riempiono di solitudini. Individui isolati che cercano nell’alcol o nelle sostanze stupefacenti un anestetico a buon mercato contro la noia e la mancanza totale di prospettive future. Il disagio mentale e psicologico, specialmente tra i cittadini più giovani, viene costantemente silenziato e ignorato. Queste problematiche creano voragini incolmabili nel tessuto sociale. Distruggono nuclei familiari, scatenano conflitti domestici e alienano definitivamente i pochi giovani che avevano deciso coraggiosamente di restare. Eppure, queste ferite dovrebbero essere messe alla luce del sole, analizzate e curate.

Lo Stato ha il dovere politico, etico e costituzionale di intervenire. Deve tornare a presidiare questi territori non soltanto in un’ottica repressiva o di mero ordine pubblico, ma ripristinando quel prezioso tessuto di garanzie sociali che è stato spietatamente smantellato decennio dopo decennio. Servono presidi sanitari territoriali, consultori familiari funzionanti, centri di ascolto psicologico, spazi di aggregazione culturale e sociale che offrano alternative reali all’alienazione da dipendenza. Ma sembra, in modo desolante, che a livello istituzionale non interessi nulla di queste tematiche così urgenti.

Forse perché non fanno notizia nei grandi e chiassosi salotti televisivi. Forse perché i freddi numeri elettorali di questi territori sono considerati cinicamente irrilevanti dai grandi apparati decisionali. E quindi, semplicemente e colpevolmente, nessuno ne parla a livello nazionale.

C’è poi un altro nemico, forse ancora più subdolo perché endogeno, che si annida all’interno delle stesse dinamiche comunitarie: l’omertà, dettata dal pregiudizio e dal feroce controllo sociale tipico delle piccole realtà. “Meglio farsi i fatti propri”, si sussurra nei vicoli, perché in fondo come si dice nel mio paesino in Irpinia «è breogna». È considerata una vergogna sociale inammissibile ammettere pubblicamente che il figlio del vicino si droga, che il capofamiglia si gioca la casa alle macchinette o che l’alcolismo stia devastando interamente la vita di parenti o conoscenti.

Questa vergogna collettiva agisce come un silenziatore letale sulle richieste d’aiuto. Invece di far scattare la naturale molla della solidarietà, ci isola e ci frammenta. Rimaniamo paradossalmente poco scandalizzati di fronte al reale degrado materiale e morale, preferendo salvare a tutti i costi la facciata borghese e rassicurante della “comunità tranquilla”. Usiamo la parola “vergogna” nel suo senso più deteriore, conservatore e limitante. Non la viviamo come indignazione morale capace di spingere all’azione e correggere un’ingiustizia, ma la utilizziamo come un pesante tappeto sotto cui nascondere e spazzare la polvere delle nostre miserie quotidiane.

È arrivato il momento storico di invertire drasticamente questa rotta disastrosa. Se vogliamo dare un senso compiuto e politico alla parola “rinascita” per le nostre aree interne, non possiamo certamente limitarci ai bandi per la ristrutturazione estetica dei centri storici. Non bastano i bonus economici una tantum per chi trasferisce formalmente la propria residenza. La rigenerazione dei territori, se vuole essere efficace, reale e duratura nel tempo, deve essere prima di tutto umana, sociale e profondamente culturale. Dobbiamo avere il coraggio intellettuale di prendere coscienza della realtà in tutta la sua durezza e iniziare a parlarne. Tutti. A viso aperto e senza sconti. Dobbiamo rompere, una volta per tutte, il muro omertoso del silenzio, dell’indifferenza e dell’ipocrisia di facciata. Dobbiamo tornare a costruire reti di solidarietà attiva e militante. Reti che non siano basate sul pettegolezzo distruttivo o sul facile giudizio moralistico, ma fondate sul mutuo soccorso, sulla presa in carico collettiva del disagio e sulla cura reciproca.

Le istituzioni, sia centrali che periferiche, devono abbandonare la retorica tossica che tratta le aree interne come un pittoresco museo a cielo aperto da vendere sulle cartoline turistiche. Devono cominciare a vederle per quello che sono realmente: avamposti complessi, vitali ma sofferenti, che necessitano di una visione politica strutturale e non di effimere elemosine elettorali per combattere le nuove e vecchie povertà. Solo affrontando la realtà a viso aperto, per quanto scomoda, ruvida e dolorosa possa apparire, potremo sperare di arginare questo silenzioso e continuo esodo di anime, prima ancora che di corpi. Perché vivere in un contesto migliore non significa illudersi di abitare in un paese incantato e fuori dal tempo dove i problemi non esistono. Al contrario, significa far parte a pieno titolo di una comunità viva, coesa, che possiede gli strumenti critici, il coraggio civico e l’onestà intellettuale per guardare in faccia i propri mali e sconfiggerli insieme.

sabato 23 maggio 2026

Empatia e Humanitas

 In tutta l'attività di Officina Materga, da cui è poi scaturita la possibilità di costruite il progetto "Braccano amico fragile", qualcun avrà notato che tra i diversi "saperi" chiamati a partecipare non ci sono proprio quegli specialisti a cui la nostra società affida il compito di governare le diverse fragilità umane: sociologi e psicologi. Questo può sembrare una contraddizione o una lacuna, ma invece è il risultato di una precisa riflessione, che si può certo contestare, ma che appare tuttavia coerente con un'impostazione di fondo di tutta la nostra azione.

Non si vuole certo qui sminuire l'importanza delle discipline scientifiche della sociologia e della psicologia, tutt'altro. E' che in un percorso che mira a ritrovare il senso e le ragioni della "communitas" l'aspetto sociale ed umano non può essere delegato a soggetti esterni alla comunità stessa, ma deve poter diventare una coscienza collettiva, di cui ognuno è al contempo artefice e fruitore.

La sociologia e la psicologia si muovono guardando espressamente a ciò che , nella società e nell'individuo, si manifesta come problematico, se non addirittura come malattia. Ciò sottintende, implicitamente, l'esistenza di uno spazio "sano", o per lo meno con bassi livelli di problematicità. Spesso il giudizio su un livello di problematicità viene misurato in base a parametri prestabiliti. Per cui il soggetto - società o individuo - viene esaminato e giudicato, per poter fornire la ricetta di una cura o di un miglioramento di condizione.

Con tutto il rispetto e la validazione scientifica di questo tipo di approccio, possiamo però affermare con chiarezza che questo non è l'approccio che ci interessa e che può essere funzionale ai nostri obiettivi. Lungi dal voler entrare, con il nostro operare, nell'ambito della ricerca scientifica e/o di ottenere riconoscimenti dalla comunità scientifica, ciò che riteniamo debba essere incarnato nel nostro stesso essere, nessuno escluso, sono i valori dell'empatia e dell'humanitas.

per empatia - dal greco antico εμπάθεια, composta da en-, dentro e pathos, sofferenza o sentimento -    si intende la capacità di mettersi nei panni di qualcun altro e comprendere i suoi pensieri e i suoi sentimenti. Mettersi in ascolto, senza giudicare ma essenzialmente per ricercare la vicinanza all'altro a livello cognitivo, emotivo, fisico e spirituale. Potremmo associare il termine empatia a quelli di identificazione, immedesimazione, compassione...

per humanitas si intende in sostanza il "valore" da cui scaturisce l'empatia. Ciò che definisce la natura stessa dell'essere umano come l'insieme delle qualità e  condizioni fisiche, etiche e culturali che lo contraddistinguono.  "Homo sum, humani nil a me alienum puto" (Sono un uomo, nulla di ciò che è umano mi è estraneo) affermava il letterato latino Terenzio. Potremmo da qui gettare un ponte al più recente "I care" di don Milani, fondatore della scuola di Barbiana e punto di rifermento del progetto assieme ad altre figure come Ghandi o Sankara.

E' in questo contesto, in questo mettersi in gioco e condividere la dimensione dell'altro, che le fragilità possono manifestarsi senza assumere i connotati della colpa. Se ci si mette alla pari degli altri, comprenderemo che nessuno è immune da fragilità. Noi abbiamo le nostre e gli altri le conoscono e le accettano. Gli altri hanno le loro e noi le conosciamo e le accettiamo. Non importa la "misura" della fragilità, ciò che conta è l'accettazione e la disponibilità ad esserci, ad aiutare. Non importa se abbiamo opinioni diverse. Siamo umani e quindi apparentati dagli stessi valori dell'humanitas e portati a comprendersi ed accettarsi per come siamo. A rispettarci e possibilmente amarci.

Questa è la dimensione in cui ciascuno di noi è chiamato ad immergersi senza riserve, perché è la precondizione della nascita, o della rinascita, della comunità.

Il nostro progetto non è certo privo di contenuti sociali o psicologici, anzi, al contrario, ne è talmente pervaso, che non è pensabile che questi contenuti siano delegati a "specialisti". Devono appartenere a ciascuno di noi, con un diverso approccio al tema che li rendano indistinguibili dal nostro stesso essere.

Carlo Brunelli

Lo spopolamento invisibile

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