Riporto un interessante articolo pubblicato ieri su "Rinascita" e firmato da Salvatore Bimonte.
Lo spopolamento invisibile: la vera crisi delle aree
interne
Nelle aree interne non se ne vanno solo le persone: si svuotano legami, valori e comunità. Serve il coraggi di una rinascita che sia prima di tutto umana, sociale e culturale.
Sempre di più, quando volgiamo lo sguardo alle
cosiddette aree interne del nostro Paese, la narrazione dominante si
sofferma ostinatamente su un unico, drammatico dato oggettivo: lo spopolamento
demografico. Raccontiamo, con toni che oscillano pericolosamente tra la
nostalgia sterile e la rassegnazione, di intere famiglie costrette a fare i bagagli.
Parliamo in continuazione di giovani che devono emigrare per cercare altrove
quel futuro che i loro luoghi d'origine sembrano strutturalmente incapaci di
promettere. Ci concentriamo in modo quasi ossessivo sui portoni sbarrati, sulle
piazze deserte, sulle scuole di provincia che accorpano le classi in
pluriclassi e, alla fine, chiudono definitivamente i battenti. Ma siamo davvero
sicuri che lo spopolamento sia esclusivamente un fenomeno materiale,
fatto di aridi numeri anagrafici che si assottigliano e di case abbandonate?
La tesi che intendiamo porre al centro del dibattito,
andando oltre la retorica consolidata, è un’altra. Lo spopolamento più grave e
insidioso, quello che sta realmente sventrando le fondamenta stesse delle
nostre comunità marginali, è uno spopolamento valoriale.
Si sente spesso ripetere, come un mantra rassegnato nei
luoghi di ritrovo, che “non esistono più i valori di una volta”. Eppure, dietro
questa frase fatta, che rischia di suonare come un vuoto lamento, si nasconde
una verità lacerante e profondamente politica. Siamo tutti sempre più presi
dalle apparenze. Siamo fagocitati da un individualismo atomizzante che ha
contagiato, come un virus silenzioso, anche quei luoghi che, per tutto il
Novecento, avevamo considerato le roccaforti inespugnabili del senso di
comunità e della solidarietà. Ci stiamo, tragicamente, perdendo la
sostanza umana.
Di fronte a questa emorragia, la reazione più diffusa è
l’ipocrisia. Facciamo finta di non vedere. Le amministrazioni, la politica a
ogni livello e, molto spesso, le stesse comunità residenti scelgono la strada
più facile: nascondere i problemi dietro proclami vuoti, narrazioni
rassicuranti e demagogie varie.
Si esalta mediaticamente il “turismo lento”, si
finanziano sagre folcloristiche e si investe sulla promozione delle tradizioni
culinarie. Nel frattempo, però, si stende un velo pietoso complice e
colpevolmente omertoso sulla realtà quotidiana e cruda di chi in quelle aree ai
margini ci vive e, troppo spesso, si limita a sopravvivere lottando contro
l’isolamento. Oggi, sempre di più, nelle nostre zone interne si radicano e
proliferano a dismisura problemi reali, concreti e socialmente devastanti.
Droga, alcolismo e gioco d’azzardo non sono più spettri confinati
esclusivamente nelle periferie di degrado delle grandi metropoli. Al contrario,
sono diventate vere e proprie piaghe sociali della nostra provincia più
profonda e dimenticata.
In contesti in cui la marginalità geografica si traduce
inevitabilmente in marginalità economica e culturale, le nuove dipendenze
trovano un terreno drammaticamente fertile. La mancanza di lavoro dignitoso,
l’assenza cronica di stimoli culturali, il taglio sistematico dei servizi di
trasporto e di welfare hanno creato un vero e proprio vuoto. In questo vuoto
desolante, i bar locali un tempo luoghi primari di aggregazione sana, di
scontro e dibattito politico si trasformano talvolta in sale slot improvvisate.
Luoghi oscuri dove si bruciano stipendi già decurtati e magre pensioni,
nell’illusione disperata di un riscatto economico immediato. La patologia del
gioco divora i risparmi di una vita nel silenzio generale.
Le piazze, un tempo cuore pulsante della vita civica, si
svuotano di partecipazione democratica e si riempiono di solitudini. Individui
isolati che cercano nell’alcol o nelle sostanze stupefacenti un anestetico a
buon mercato contro la noia e la mancanza totale di prospettive future.
Il disagio mentale e psicologico, specialmente tra i cittadini più
giovani, viene costantemente silenziato e ignorato. Queste problematiche creano
voragini incolmabili nel tessuto sociale. Distruggono nuclei familiari,
scatenano conflitti domestici e alienano definitivamente i pochi giovani che
avevano deciso coraggiosamente di restare. Eppure, queste ferite dovrebbero
essere messe alla luce del sole, analizzate e curate.
Lo Stato ha il dovere politico, etico e costituzionale di
intervenire. Deve tornare a presidiare questi territori non soltanto in
un’ottica repressiva o di mero ordine pubblico, ma ripristinando quel prezioso
tessuto di garanzie sociali che è stato spietatamente smantellato decennio dopo
decennio. Servono presidi sanitari territoriali, consultori familiari
funzionanti, centri di ascolto psicologico, spazi di aggregazione culturale e
sociale che offrano alternative reali all’alienazione da dipendenza. Ma sembra,
in modo desolante, che a livello istituzionale non interessi nulla di queste
tematiche così urgenti.
Forse perché non fanno notizia nei grandi e chiassosi
salotti televisivi. Forse perché i freddi numeri elettorali di questi territori
sono considerati cinicamente irrilevanti dai grandi apparati decisionali. E
quindi, semplicemente e colpevolmente, nessuno ne parla a livello nazionale.
C’è poi un altro nemico, forse ancora più subdolo perché
endogeno, che si annida all’interno delle stesse dinamiche comunitarie:
l’omertà, dettata dal pregiudizio e dal feroce controllo sociale tipico delle
piccole realtà. “Meglio farsi i fatti propri”, si sussurra nei vicoli, perché
in fondo come si dice nel mio paesino in Irpinia «è breogna». È considerata una
vergogna sociale inammissibile ammettere pubblicamente che il figlio del vicino
si droga, che il capofamiglia si gioca la casa alle macchinette o che
l’alcolismo stia devastando interamente la vita di parenti o conoscenti.
Questa vergogna collettiva agisce come un
silenziatore letale sulle richieste d’aiuto. Invece di far scattare la naturale
molla della solidarietà, ci isola e ci frammenta. Rimaniamo paradossalmente
poco scandalizzati di fronte al reale degrado materiale e morale, preferendo
salvare a tutti i costi la facciata borghese e rassicurante della “comunità
tranquilla”. Usiamo la parola “vergogna” nel suo senso più deteriore,
conservatore e limitante. Non la viviamo come indignazione morale capace di
spingere all’azione e correggere un’ingiustizia, ma la utilizziamo come un
pesante tappeto sotto cui nascondere e spazzare la polvere delle nostre miserie
quotidiane.
È arrivato il momento storico di invertire drasticamente
questa rotta disastrosa. Se vogliamo dare un senso compiuto e politico alla
parola “rinascita” per le nostre aree interne, non possiamo certamente
limitarci ai bandi per la ristrutturazione estetica dei centri storici. Non
bastano i bonus economici una tantum per chi trasferisce formalmente la propria
residenza. La rigenerazione dei territori, se vuole essere efficace, reale e
duratura nel tempo, deve essere prima di tutto umana, sociale e profondamente
culturale. Dobbiamo avere il coraggio intellettuale di prendere
coscienza della realtà in tutta la sua durezza e iniziare a parlarne.
Tutti. A viso aperto e senza sconti. Dobbiamo rompere, una volta per tutte, il
muro omertoso del silenzio, dell’indifferenza e dell’ipocrisia di facciata.
Dobbiamo tornare a costruire reti di solidarietà attiva e militante. Reti che
non siano basate sul pettegolezzo distruttivo o sul facile giudizio
moralistico, ma fondate sul mutuo soccorso, sulla presa in carico collettiva
del disagio e sulla cura reciproca.
Le istituzioni, sia centrali che periferiche, devono
abbandonare la retorica tossica che tratta le aree interne come un pittoresco
museo a cielo aperto da vendere sulle cartoline turistiche. Devono cominciare a
vederle per quello che sono realmente: avamposti complessi, vitali ma
sofferenti, che necessitano di una visione politica strutturale e non di
effimere elemosine elettorali per combattere le nuove e vecchie povertà. Solo
affrontando la realtà a viso aperto, per quanto scomoda, ruvida e dolorosa
possa apparire, potremo sperare di arginare questo silenzioso e continuo esodo
di anime, prima ancora che di corpi. Perché vivere in un contesto migliore non
significa illudersi di abitare in un paese incantato e fuori dal tempo dove i
problemi non esistono. Al contrario, significa far parte a pieno titolo di una
comunità viva, coesa, che possiede gli strumenti critici, il coraggio civico e
l’onestà intellettuale per guardare in faccia i propri mali e sconfiggerli insieme.