giovedì 29 ottobre 2026

Braccano e le parole perdute

 A Braccano c'è questa particolarità: la gente perde le parole. E allora capita di trovare le parole perse per la strada.

Non so come accada. Forse per l'abitudine che ho visto qui di parlare sottovoce tra due o tre persone, per non far sentire agli altri.

Quelle che ho trovato per strada sono per lo più parole cattive. Le parole cattive sono più pesanti delle altre. Come tutte le parole perdute sono quasi trasparenti, difficili da vedere. Le senti, come un bisbiglìo cupo e poi, seguendo il suono, le scovi. Di solito agli angoli della via o nelle crepe dei muri vicino al selciato.

Se ne trovano molte , di cattive, nella parte più bassa de paese. Poche vicino alla chiesa, un po' di più in piazza, tante scendendo più in basso verso "l'america" e la fontanella. Forse, chissà, il vento e la pioggia le portano lì.

Io ne ho raccolte diverse e d'istinto le ho buttate via, nell'indifferenziata.  Ho ancora il dubbio che vadano smaltite nell'organico, ma siccome sono cattive ho pensato che fosse più sicuro mandarle in discarica o all'inceneritore.

Poi ho chiesto in giro se qualcuno le aveva perdute, che magari ci era affezionato. Perché quando le trovo potrei, invece che buttarle, metterle in un sacchetto e riportarle alla persona che le ha dette e le ha perse in giro. Però nessuno ha detto che erano le sue. Nessuno si è fatto avanti per rivendicarle.

Eppure qualcuno di certo le ha dette quelle parole e le ha perdute. Quindi c'è qualcuno a Braccano che dice bugie. E d'altra parte i bugiardi, i vigliacchi, sono portati per natura a dire parole cattive.

Ho pensato anche che sia tipico del braccanesi tutti, oltre che perdere le parole, il fatto di dire parole cattive. Ho pensato anche che lo facessero apposta, di perderle in giro. Ma poi ho trovato anche delle parole buone. Poche, ma le ho trovate. Non per terra, fra le parole cattive, ma più in alto: sulle foglie degli alberi, sui fiori, anche quelli nei vasi sui baconi e i davanzali. Hanno un suono di solito più tenue e sono anche più leggere. Per questo i vento le sospinge più in alto.

Forse, lo spero, non sono meno numerose di quelle cattive, ed è l'abitudine di guardare a terra, dove mettiamo i piedi, che ci porta a sentire e vedere più le parole cattive perdute che quelle buone.

Però, cosa sorprendente, a volte le parole buone mandano un suono ancora più forte di quelle cattive. Una tonalità alta, squillante, che attira l'attenzione e ti permette di vederle subito brillare alla luce del sole.

L'altro giorno mi è capitato di vederne alcune sui fiori dello zafferano mentre i bambini li raccoglievano. Forse erano le loro o quelle della gente che si era ritrovata lì.

Forse le parole perdute le ascolta e le vede chi le vuole ascoltare e vedere. Ed è l'udito e lo sguardo di chi le coglie a decidere se sono cattive o buone.

La cosa migliore da fare, in ogni caso, è cercare di non perderle e di non sprecarle, le parole.

giovedì 17 settembre 2026

Gli ultimi venticinque anni hanno segnato una trasformazione inimmaginabile nelle comunità dei piccoli paesi d'Appennino.

Sembra che l'apice della trasformazione sociale contemporanea, in Italia, sia avvenuta con il boom economico degli anni 50-60 e poi le dinamiche non siano state che la conseguenza di quella, con lo scontro generazionale poi spentosi alla fine del secolo. Ma a ben vedere non è così. Gli ultimi 25 anni, quelli del secolo in cui stiamo vivendo, gli anni del "caos calmo", hanno segnato una metamorfosi epocale forse ancora più profonda di quella descritta da Pasolini. 

Nel 2002 a Braccano fu fatta una mostra  di fotoritratti delle persone del Paese. Il fotografo Fabrizio Massari ritrasse la gente del paese negli anni precedenti  e ne volle fare una mostra. Dalle parole di Angelo Antonelli, che curò la presentazione, emerge un altro mondo in cui forse nessuno dei braccanesi di oggi oggi è in grado di riconoscersi...

«Le immagini parlano, hanno sempre parlato  La storia è fatta di parole, ma anche di immagini, che ricordano i momenti più importanti della vita e delle vicende umane. Dalle pitture rupestri ai grandi maestri del Novecento, pittori e fotografi hanno sempre ritratto, in posa o spontanee. La fotografia è arte. La qualità è data dal soggetto, ma anche da come viene presentato e rappresentato; anche nel bianco e nero c'è la ricerca della luce, come nella pittura, la luce di cui sono protagoniste tutte le arti visive. Senza luce non si creano immagini. I maestri dell’Ottocento prediligevano i paesaggi abbandonati e le figure di popolani, esclusi dalla retorica ufficiale, ritratti senza storia, ma che sotto il gioco della luce diventavano veri e propri capolavori. Un po’ come succede per questi personaggi ritratti in un bianco e nero, ma pieni di luce. 
I protagonisti di queste immagini non hanno posato, sono stati colti al momento, non si sono messi in posa; ma è qui che sta la maestria di chi sta dietro la macchina fotografica e sa cogliere l'anima dei soggetti che ritrae. I personaggi di questa comunità, ritratti nel 2004, parlano di una vita semplice, a volte difficile, dura, fatta di dolori e fatica, ma col sorriso sulle labbra, per dire grazie alla vita. Felici di posare perché ritratti; quei visi parlano di dignità, la dignità che regala la vita di chi ama le cose semplici. Ad ognuno si associa un nome, un cognome, a volte anche un soprannome, ma qui non ci interessa, perché è un'intera comunità che si esprime. 
Quando non sono volti, sono scene di vita comune, bambini che giocano, vecchi seduti su una panchina, signore dal volto rugoso, ma sereno, perché in sintonia con le cose del mondo.

Sono trascorsi anni da quegli scatti, alcuni di quei protagonisti non ci sono più, di loro almeno rimane memoria e qualcuno li ricorderà per sempre. A loro si associano abitudini e gesti di un vivere quotidiano: lavorare, raccontare, dialogare, parlare, commentare... Tutto quello che si fa in una comunità, in cui tutti vivono e convivono. Figure senza tempo, perché il tempo è il protagonista delle nostre vite, tutto procede inesorabilmente; eppure queste immagini hanno la facoltà di fermarlo, consegnandolo alla memoria. Ricordare vuol dire pensare, tornare indietro, vivere l’istante di un'emozione. 
Queste foto raccontano la storia di una comunità legata alla terra, lo dicono le rughe di quei visi, preziose come i solchi tracciati sui campi dalle loro mani. Il mondo contadino è duro, oggi campagna e città si confondono, ma l'identità di una comunità resta; è difficile cancellarne le origini, lo testimoniano i volti di quei vecchi in posa, di quelle signore felici di essere fotografate, perché qualcuno ha chiesto loro di diventare protagoniste di un racconto, anche se per il breve tempo di uno scatto».

prof. Angelo Antonelli 


martedì 1 settembre 2026

Per affrontare la questione dei paesi dell'interno, occorre "esserci"

Riporto un interessante post su facebook scritto da Angelo Ferracuti, noto e bravo scrittore fermano, in merito a due diverse visoni della realtà dei paesi dell'interno espresse recentemente in uno scambio tra Christian Raimo e Franco Arminio: 

"Un po' conosco i paesi, ho scritto un libro sul terremoto del centro Italia, "Gli spaesati" (Ediesse), con le fotografie di Giovanni Marrozzini (questa è una foto del libro) e setacciato in auto a piedi tutto il Cratere per un anno intero. Quindi questo non dialogo tra Christian Raimo e Franco Arminio - PAESOLOGO francamente mi lascia perplesso. Perchè il primo ha scritto in un post cose un po' trachant, applicabili anche ad altri contesti, mentre Franco, che non era citato, lo ha accusato di "sparare fango" sui paesi. Legittime entrambe le posizioni, ma anche una occasione perduta. Capisco l'accanimento di Arminio che i paesi li ha scoperti quando nessuno se ne occupava e si era accorto di loro, che ha scritto alcuni libri di rara bellezza, come il piccolo capolavoro "Viaggio nel cratere", tra gli altri, ma tutto questo fervore è davvero utile ai paesi, a quell'Italia interna abbandonata dalla politica (dalla sinistra in primis) o resa un grande mercato clientelare dalla destra, nelle Marche-Umbria-Lazio e Abruzzo in particolare dal Commissario Castelli di Fratelli d'Italia? Certo i paesi sono memoria, complessità, economia, sono migrazione, non solo "alcolismo, razzismo e maschilismo", sono comunità di stranieri che si sono spostati da latitudini lontane, sono luoghi di culto, sono prodotti tipici unici, sono bellezza paesaggistica, come disperazione e solitudine. E stanno morendo di desertificazione perché hanno portato via i luoghi della socialità, dei servizi, non c'è più l'ufficio postale, il falegname, il negozio di alimentari, perché non c'è un vero progetto politico per farli rivivere, per dare loro un futuro. Più che accapigliarsi "a distanza", discutere qui, non sarebbe più utile che gli intellettuali e la sinistra per un po' si spostassero dagli studi televisivi e dai social per tornare nei paesi? Per tornare con i corpi nei paesi e nel Paese?"

Penso che Angelo Ferracuti abbia centrato ottimamente la questione: "tornare con i corpi nei paesi (e nel Paese). Ed è proprio quello che stiamo facendo a Braccano. "Esserci" e affrontare la realtà dei paesi senza retoriche e pregiudizi. Cercando di vedere la realtà con gli occhi, di sentirla con il cuore, di comprenderla con la mente.

I paesi hanno in sè quella bellezza commovente, quella poesia che ci mostra Armino, ma anche quella aridità, quella inaspettata "cattiveria" e chiusura che denuncia Raimo. E sono anche altro... Sono possibilità, sono immaginazione, sono delusione e meraviglia...sono una strada da percorrere, pregando e bestemmiando all'occorrenza, ma continuando a camminare senza fermarsi mai, con ostinazione e passione. Davanti a tutti magari. Dando l'esempio agli altri senza giudicare nessuno.

Carlo Brunelli

domenica 26 luglio 2026

LE PIETRE PARLANO: come si può decifrare lo stato di una comunità dallo stato delle case che la ospitano

 Il legame inscindibile tra le case e le persone che le abitano, e quindi tra città e comunità, era ben presente nel pensiero latino, che infatti usava due diversi nomi: urbs e civitas per descrivere la medesima città, evidenziando l'involucro costruito di pietra e il contenuto costruito dalle anime umane, che chiamiamo società di persone.

Ieri ho avuto una riprova di questo legame che unifica due aspetti e permette di comprendere la società civile di un piccolo insediamento isolato anche attraverso lo status del suo patrimonio edilizio.

Nel pomeriggio di sabato sono andato con Cristina a distribuire, casa per casa, i volantini per la prima assemblea civica dell'8 agosto. Ne ho approfittato per fare una primo censimento delle abitazioni: quelle occupate permanentemente o saltuariamente (seconde case), quelle non occupate, sia in buono stato che da ristrutturare, quelle in vendita o da affittare.

Attraverso le fisionomia del tessuto insediativo è apparsa, come in controluce, la fisionomia del tessuto sociale. La parola che mi è venuta in mente nell'intravedere la comunità locale e stata "dispersione".

La realtà di Braccano appare a prima vista statica, ferma nelle sue abitudini, e invece ieri si è rivelata, al contrario, instabile e precaria, in continua modificazione. Le due immagini possono sembrare in contraddizione, ma non lo sono.  Una simile sensazione, sebbene meno forte, l'avevo avuta partecipando alla festa dell'Asado del 18 luglio, dove ho notato l'assenza della comunità locale. Cinque-sei persone di Braccano che offrivano la festa, servendo ai tavoli (ed erano i soliti cittadini attivi nei comitati, quelli che promuovono i murales e organizzano ogni attività sociale del paese), il resto erano avventori di fuori. Girando per le case, una metà vuote e un'altra metà della metà abitata vissute come seconde case, mi sono tornate in mente - non per analogia diretta ma per una sorta di assonanza - le borgate romane descritte da Pasolini nel secondo dopoguerra. Una dimensione da periferia abitata da gente senza radici, dove risalta la differenza tra le singole persone da un lato, con le loro esistenze cariche di umanità e di bellezza, e dall'altro l'insieme dei cittadini, disarticolato, dove le relazioni sono occasionali come il saluto incontrandosi per strada.

Ritorna qui un'analogia di contenuto: borgata, borgo, sono espressioni simili e indipendenti dalla antichità dell'insediamento. Borgo (burgum) è etimologicamente l'aggregato di abitazioni fuori le mura della città, dove si insedia gente dai territori, gente dispersa in un abitare temporaneo e sostanzialmente ancorata alla dimensione individuale.  Il Paese, dal latino pagus, è un'altra cosa, perché è costruito in quel luogo per effetto di legami con la terra, di legami parentali, e si fonda su relazioni di mutuo sostegno dati dalla necessità e dall'isolamento.

Le immagini sulle pareti della sede civica (sotto il museo della Resistenza)  espongono quello che era  il Paese di Braccano. Chi le osserva dentro la sala oggi abita il Borgo che  Braccano è diventato. Quelle immagini sono storicizzate e separate dall'oggi. come reperti archeologici. Non vivono nel presente degli abitanti.

La distanza, sviluppata nell'arco di un paio di generazioni, è così profonda che dà le vertigini. Quali racconti, quali storie del passato (che si tratti di Braccano, di Roti, delle montagne attorno) possono scaldare il cuore dei cittadini di oggi? Quali racconti del Paese di Braccano riescono ad uscire dalle biblioteche per essere ancora di ispirazione e riconoscimento della comunità?  E quali nuove storie l'attuale comunità è in grado di produrre e narrare?  Questo è il punto e questo è il dramma: la comunità non c'è, e senza comunità non ci sono storie che diventano patrimonio comune, non ci sono narrazioni, non nell'oggi, non nel passato. E senza narrazione comune non c'è futuro comune. Hai voglia a parlare di "identità"! Che altro è l'identità se non una narrazione comune?

Pensiamo ai fatti straordinari della resistenza a Braccano: Don Pocognoni, Mario Depangher e la sua banda Mario... oggi  quei fatti sembrano lontani non sono nel tempo ma nell'ambito del possibile.  Mario Depangher non avrebbe mai potuto costruire la storia della sua banda Mario senza potersi relazionare ad una comunità viva come quella del Paese di Braccano e dei territori circostanti. Sarebbe semmai stato costretto ad andare altrove. Quella storia, come qualsiasi altra storia, oggi è impensabile possa essere accaduta a Braccano.

Oggi a Braccano abbiamo i resti della comunità del passato, che si riconducono ai cognomi che si contano sulle dita di una mano, come i Fuffa, i Burzacca, i Bruzzichessi... Abbiamo tra questi cinque-sei persone che cercano, con ammirevole spirito di sacrificio, di tenere in vita apparente la comunità. Poi ci sono tre-quattro giovani attivi, che hanno scelto di rimanere e tentare un loro percorso legato alla terra. In mezzo una maggioranza di abitanti saltuari (seconde case) da Matelica, Fabriano o addirittura da Milano. Persone che hanno scelto Braccano per stare in pace e farsi i fatti propri nei giorni festivi. In fine ci sono affittuari di passaggio attirati dai minori costi di locazione.

L'unica speranza di pensare Braccano come Paese viene dalla possibile alleanza tra i pochi cittadini attivi (tutti anziani) e i pochi giovani che credono nel loro futuro in questi luoghi. A questi si possono aggiungere, specie se si esprimeranno segnali di cambiamento e rigenerazione, persone da fuori che scelgono di vivere a Braccano, magari discendenti di gente che abitava qui e che conservano, attraverso i racconti familiari, il ricordo del Paese.

E' davvero un percorso di risveglio ed elevazione da una deriva che che vuole spegnere tutto nell'indifferenza. Una deriva che sta portando una dimensione, o un'atmosfera sociale, che non trovo altro termine per definire se non con quello di "miseria".  Miseria è un termine che può apparire forte ed eccessivo, e invece è pertinente se ne riprendiamo il significato insito nell'opera teatrale di Eduardo Scarpetta "miseria e nobiltà", dove per miseria non si intende affatto uno stato di privazione economica o di povertà che si contrappone alla ricchezza, ma qualcosa che ha a che fare con l'anima e si contrappone alla nobiltà d'animo, alla dignità e al carico di valori umani che si esprime. San Francesco era poverissimo ma tutt'altro che misero. Un personaggio come Epstein era ricchissimo ma al contempo miserabile.  Come le persone, anche le società - indipendentemente dalle persone che la compongono - possono vivere momenti di "miseria" o di "nobiltà", anche per influsso proveniente da una dimensione più ampia e pervasiva di società che oggi ha raggiunto una dimensione globale planetaria.  Così possiamo dire che il Paese di Braccano era a suo modo "nobile", cioè carico di valori, mentre il Borgo di Braccano sta scivolando, seguendo la deriva planetaria, nella miseria.

Un segno tangibile, drammatico, della misera in cui sta annegando è apparso a Braccano di fronte ad una casa grigia, lungo la strada provinciale, con le finestre chiuse e sporche. Una casa che avevo valutato come abbandonata e senza dubbio non abitata, sbagliando. Quella casa è in realtà abitata e cela una situazione che va oltre la fragilità umana e che definire di auto-emarginazione è un eufemismo.  Una famiglia di tre persone: madre vecchia e malata, figlia in forte disagio psichico e fisico, figlio alterato da questa situazione che si fa carico di loro e si isola in un risentimento sociale fortissimo. Nessuno sa come vivano. Lui non ha un lavoro stabile Da svariati anni nessuno vede madre e figlia, rinchiuse in casa con le finestre chiuse. Le persone di Braccano conoscono la storia e passano davanti a quella casa tutti i giorni. Qualcuno ha tentato di intervenire, di dare aiuto, ma il figlio ha reagito con aggressività intimando di stare lontani. Allo stesso modo i servizi sociali hanno tentato un approccio e sono stati respinti. Così tutto è stato lasciato alla deriva. Nessuno più accenna ad una nuova iniziativa di soccorso, pur continuando a parlarne a voce bassa nelle chiacchiere durante gli incontri per strada.  Sembra non ci sia rimedio e in ogni caso la cosa è accantonata, rimossa. Nessuno si sente davvero responsabile di una questione che comunque appare come "privata".  Poco più avanti, nel ristoro, c'è una festa di compleanno (o una cosa simile), organizzata inaspettatamente e da un po' di ragazzi, per lo più di fuori, ma anche locali. Musica ad alto volume. Incrociamo due ragazze con meno di diciotto anni già ubriache alle sei del pomeriggio. Cose che accadono dappertutto certo, ma nei borghi-borgate in percentuale maggiore.

Quando abbiamo impostato il progetto Braccano amico fragile abbiamo basato le nostre riflessioni sulla presenza di una "fragilità" sociale presente nei borghi delle aree interne e che il sistema di welfare attuale nn riesce a rilevare. Molti contestavano l'esistenza di questa fragilità sociale, che noi dicevamo essere occultata come polvere sotto il letto. Ma noi conoscevamo le realtà di questi borghi e avevamo visto com'era facile - stando accanto alle persone - disvelare queste situazioni di vera problematicità sociale e individuale. E' quindi anche a Braccano è bastato poco. E' stato sufficiente scavare appena sotto la superficie e queste fragilità hanno cominciato a rivelarsi. Ed è con questa realtà taciuta che i braccanesi devono fare i conti. E' di questo, anche di questo, che dobbiamo parlare con le persone. La coscienza di sé è un passaggio obbligato se si vuole uscire dal tunnel che porta al definitivo annichilimento della comunità locale. E l'elaborazione del dramma, che consente di giungere all'autocoscienza, vale per Braccano come per tutti i luoghi abitati delle aree interne che soffrono dello spopolamento e dello spaesamento.   E' un percorso difficile che va però perseguito con calma e tenacia. Un percorso che può essere intrapreso soltanto "dal basso e dall'interno". Le azioni di iniziativa esterna, che siano investimenti esogeni, finanziamenti, progetti calati dall'alto, non servono a nulla in tal senso, se non a peggiorare la situazione fomentando un senso di impotenza e di incapacità a reagire.

Ma questo percorso di risveglio, che deve avvenire dall'interno della realtà locale, mettendo in campo le proprie energie ed il proprio impegno, non può avviarsi se non con un aiuto e uno stimolo che proviene dall'esterno.   Se così non fosse il processo si sarebbe già avviato da sé.

L'intervento dall'esterno è necessario per guidare il cammino, specie nelle fasi inziali, quelle più difficili per effetto della reazione di chi è ormai incanalato nel solco del fatalismo, dell'individualismo, dell'ignavia e dell'accidia, che la società globale ha disegnato per noi. Ma è un'azione esterna che deve mettersi al servizio della dimensione interna, senza imporsi, accomunandosi alla dimensione di cittadinanza. Facendosi cittadinanza elettiva di quel Paese.

Questo è il compito di noi "forestieri", che da mezze Marche siamo giunti qui a dare il nostro sostegno e che per due anni, se i residenti lo accetteranno, saremo concittadini attivi, nella speranza che dopo la nostra presenza sia nata una nuova comunità viva, un nuovo Paese di Braccano. E che questo porti a nuove occasioni di lavoro e residenzialità, soprattutto di giovani, ma non solo.  Perché se poi la comunità è vitale, l'età conta fino a un certo punto.

Carlo Brunelli

giovedì 9 luglio 2026

LE ALTERNATIVE CONVERGENTI: tra crisi demografica e crisi identitaria si disegna il destino dei paesi delle aree interne

 Molti analisti vedono nella crisi demografica e nell'invecchiamento della popolazione residente un fenomeno "strutturale" che, assieme all'isolamento dai fulcri delle attività lavorative, determina la marginalizzazione delle aree interne.

Inutile tentare di ricordare che per millenni queste aree sono stati i luoghi dove si è sviluppata la tecnica e la manifattura, sono fioriti i commerci, l'arte e la cultura. Inutile spiegare come queste terre siano state a più riprese i centri propulsori del Paese e dell'Europa intera. Luoghi tutt'altro che marginali. Inutile notare come l'idea della "marginalità" dei paesi della dorsale appenninica sia nata con l'avvento della cultura industriale borghese e della sua particolare "fede" nel progresso tecnico-economico e nella infinita crescita produttiva.

I paesi sono "sbagliati". Inadeguati al modello socio-economico che viene assunto come unico, assoluto e indiscutibile.  Inutili al modello mercantile produttivo i pasi sono "naturalmente" destinati all'oblio, a meno che non riescano a trovare un nuovo ruolo, magari come villaggi turistici, luoghi di svago da frequentare stagionalmente, oppure che si trovino in qualche modo ad essere appetibili come nuova residenzialità. Allora il problema sembra magicamente risolto. I paesi si ripopolano e si delinea un futuro possibile. Il pese sembra essere salvo.

Il caso di Braccano rientra in qualche modo in questa casistica  di salvezza: c'è chi compra casa, anche giovani coppie. Arrivano i turisti a vedere i murales.

Per molti analisti quindi Braccano è l'esempio di un paese che "sta bene", c'è anche il trasporto pubblico che garantisce collegamento con la città. Di certo, si afferma,  il problema della crisi delle aree interne a Braccano è meno sentito.

Negli ultimi mesi, con la manifesta evidenza degli effetti dei cambiamenti climatici in Italia e in tutta Europa, ambientalisti e metereologi prevedono effetti sociali nel breve periodo, tra i quali lo spostamento dai torridi centri urbani  verso i paesi d'Appennino, più freschi, sani e con maggiore disponibilità di acqua.

Una prospettiva che quindi può portare altri paesi, come Braccano, a salvarsi dalla crisi.

Ma alcuni di questi ambientalisti e metereologi, come Luca Mercalli nel suo recente libro “Breve storia del clima in Italia Dall’ultima glaciazione al riscaldamento globale”, mette in guardia dal rischio di spostare le periferie urbane (brutte, grigie, socialmente pericolose) verso nuove "periferie diffuse" nelle aree interne. Certo più gradevoli, ma ugualmente antisociali. Ugualmente luoghi di depressione individuale e di solitudine.

Paesi nati con un inscindibile legame con la terra e le sue risorse, con una forte identità culturale ed una società modellata sul senso di comunità, rischiano di tramutarsi in periferie omologate, abitate da residenti indifferenti ai luoghi, alle montagne, ai boschi. Chiusi nella loro proprietà privata secondo il modello in uso nello spazio abitato urbano.

E' un diverso modo di entrare in crisi, forse anche più preoccupante di quello che porta a ridurre il numero degli abitanti. Perchè un paese non è fatto di numeri. E c'è una differenza siderale tra l'idea di "comunità" e quella di "condominio".

Braccano è un paese che, prima ancora della molla determinata dai cambiamenti climatici, ha visto persone di città prendere casa e residenza. Da Matelica o altrove, attratti dal minor costo delle abitazioni e dalla vicinanza con  i medesimi luoghi urbani di lavoro, continuando a vivere come prima, tornando a casa per dormire e passare in tranquillità il fine settimana, frequentando le amicizie urbane di prima con le quali si è in costante contatto col cellulare e i social.

Altro che problema risolto!  La trasformazione in atto rischia di lasciare solo il nome del paese ma rendendolo irriconoscibile e alieno rispetto alla sua storia.  E' questa la fragilità già in essere e destinata ad aumentare. Fragilità sociale che già sta dando numerosi segnali pur se non tali da rientrare nelle matrici di analisi del disagio in uso agli operatori del welfare.

Per ovviare a questa forma di cancrena sociale occorre recuperare e innovare la specificità culturale e sociale del paese, incentrata sul senso di comunità, sul mutuo soccorso, la solidarietà, il rapporto di vicinato. E attraverso la comunità riuscire ad offrire servizi in modo innovativo, reagendo alla continua sottrazione che il sistema di welfare dell'economia di mercato opera a vantaggio dei grandi poli urbani.

Abitare nei paesi dell'interno deve poter significare un cambiamento di vita, un recupero di valori, un ritrovato legame con le persone ed i luoghi che ci circondano, un diverso modo di intendere il lavoro ed il tempo libero. E' un andare avanti, un migliorarsi, non un ripiego di comodo.

martedì 16 giugno 2026

Il Paese e la Terra

Riporto un interessante scritto di Vito Teti.

C’è un legame viscerale, antico e profondamente politico, che unisce il destino dei nostri paesi alla terra che li circonda. La parola “cultura” e la parola “coltura” condividono infatti la stessa radice latina, colere: abitare, coltivare, prendersi cura, onorare. Per secoli, nelle aree interne del nostro Paese, questo nesso è stato una realtà tangibile, un concerto quotidiano di fatiche, sguardi e relazioni tra l’essere umano, l’animale e il paesaggio agrario. Poi è arrivata l’emorragia dell’abbandono che in mezzo secolo ha trasformato i campi in un incolto silenzioso e ridotto i centri storici a gusci fragili. Chi è rimasto ha dovuto fare i conti con un paesaggio ferito, imparando ad abitare la solitudine di un luogo profondamente cambiato. Oggi, quel legame simbiotico e sensoriale tra l’uomo e il territorio sembra minacciato dall’avanzare di una cupa ideologia della fine. L’idea stessa di una chiusura definitiva dei paesi, del loro ineluttabile destino di “paesi fantasmi”, si è profondamente radicata nelle nuove generazioni, orientandole precocemente all’abbandono e alla fuga. È un paradosso doloroso: la convinzione di vivere nel vuoto genera altro vuoto, tramutando la percezione del declino in una profezia che si autoavvera, capace di prosciugare gli ultimi anticorpi morali e le energie fisiche di quanti vorrebbero restare. Una certa tradizione antropologica non è stata immune da questa deriva, alimentando un morboso gusto per le rovine che ha trasformato l’etnologo in un archeologo della memoria. James Clifford leggeva nella nostra disciplina una “scienza del lutto”, un esercizio in cui l’altro è dato per perduto in un tempo che si disintegra. Ma noi non possiamo ridurci a essere le prefiche dell’estinzione. Dobbiamo sottrarci a questo sguardo estinzionista senza, d’altro canto, scivolare nell’errore opposto: quel paesismo retorico, estetizzante e neoromantico che edulcora la complessità dei borghi trasformandoli in paradisi idilliaci per consumatori urbani, riducendo la restanza a un brand da folkmarket o a un gadget nostalgico. Al mito da cartolina occorre contrapporre la carne e la pietra, le storie reali degli uomini, delle case, delle strade, dei paesi. Contro i dispositivi narrativi esterni che compiono, come rilevato da Domenico Cersosimo, una sistematica “ingiustizia discorsiva” verso i margini, è necessaria un’inversione radicale dello sguardo. Guardare il mondo a partire dai margini significa accorgersi che il vuoto dei nostri paesi non è un’assenza assoluta, bensì uno spazio diversamente pieno. Quando gli abitanti dicono che «il paese è vacanti», o che si è drammaticamente «svacantato», non ci si trova mai di fronte a un vuoto assoluto. Certamente, per chi è cresciuto in un paese che contava quattromila abitanti, con le scuole affollate da trenta bambini e le strade animate da bar e botteghe, il confronto con l’attualità si traduce in un paragone impietoso. Eppure, mille abitanti non creano il deserto. Proprio l’esperienza del Covid ha mostrato come la dinamica tra pieno e vuoto stia cambiando: se si impara a guardare il luogo con un altro sguardo, ci si accorge che il vuoto è popolato dalle storie che interrogano, dalle geografie intime e dalla presenza invisibile di chi è partito, da nuovi germogli di speranza che si sono innestati su piante solide ma oramai considerate improduttive.

I veri paesi fantasma, semmai, sono le metropoli postmoderne o le colate di cemento costiere: agglomerati sovraffollati ad agosto e ridotti d’inverno a barriere spettrali davanti al mare. I nostri centri storici sono «paesi fisarmonica», che si allargano e si restringono seguendo i flussi stagionali e i ritorni della memoria, dinanzi a cui la politica offre spesso risposte distanti.
È in questo solco che la restanza si rivela per ciò che è: non una scelta passiva o pigra, ma un’attitudine generativa. La restanza produce nuove forme culturali e sociali, e da esse trae la linfa per sopravvivere. Non si tratta di imbalsamare un passato ormai tramontato. Come ci ricordava Andrea Zanzotto, il territorio non è un blocco di pietra immobile, ma una complessa costruzione storica capace quasi di «reincarnarsi assumendo diversi aspetti», poiché la sua «fioritura o la sua desolazione rispecchiano sempre quelle delle società umane». Quando la cultura torna a farsi coltura, essa dissoda la solitudine e semina nuove possibilità di cittadinanza. Un esempio luminoso di questa resistenza culturale e sociale è l’esperienza di Alba Donati e della sua libreria “Sopra la Penna”, aperta a Lucignana, tra le montagne della Garfagnana. In una terra apparentemente marginale, minacciata dall’isolamento, questa scommessa dimostra come la letteratura e la parola possano diventare presidi antropologici capaci di riattivare un’intera comunità. Alla radice di questa esperienza, come nelle tante di cui mi giunge notizia da ogni dove del Paese, risiede il senso profondo del legame tra cultura e territorio: i libri, la cultura, il cinema, il teatro, non sono merci di scambio per un mercato distratto, ma strumenti primari di appaesamento, capaci di ricreare un noi comunitario attorno a un luogo di cura e di dimostrare che la cultura, quando è radicata come una coltura, genera un senso di appartenenza che difende il territorio dalla desertificazione sociale.
I grandi scrittori del nostro Novecento hanno sempre saputo che il paese reale è il nucleo generativo della comprensione del mondo. Cesare Pavese, confinato nel 1935 a Brancaleone, annotava nel Mestiere di vivere «sotto le rocce rosse lunari» come ogni nostra creazione sia impossibile senza un nostro tornare al paese. Pavese avvertiva lo scarno turbamento di un paesaggio calabrese che non gli apparteneva biologicamente, sapendo che il sangue della poesia fluisce solo da quel legame larvale e prepoetico con il proprio luogo d’origine, giungendo a scrivere: «quale il mio paese tale io». Al contrario, quella medesima terra si faceva carne e sofferenza organica in Gente d’Aspromonte di Corrado Alvaro: un microcosmo sensoriale pervaso dal rumore assordante delle fiumare, dall’odore del siero fumante delle caldaie, dove il pastore seduto sul poggio suona la sua zampogna «come su un mondo». E Ignazio Silone, in Fontamara, ricordava che il paese natale è un vero e proprio Cosmo, un centro di gravità in cui si riflettono le fatiche universali di tutti coloro che fanno fruttificare la terra. Per decifrare i paesi di oggi, l’antropologo deve compiere un’operazione di sdoppiamento metodologico ed esistenziale. Essere paesani oggi non significa arroccarsi in un nostalgico isolamento. Ci sono due modi speculari di essere provinciali: il primo consiste nel credere che il proprio paese sia il centro del mondo; il secondo, altrettanto miope, sta nel convincersi che nel proprio paese non sia mai accaduto nulla, dimenticando che la grande storia attraversa anche le nostre strade. Finché ci sarà qualcuno che coltiva un orto sul retro di una casa fessurata o qualcuno che custodisce un libro in un paese di montagna, la fine del mondo sarà rimandata. Non siamo gli ultimi testimoni di un passato da rimpiangere, ma gli abitanti di un paesecosmo in cui tutti, diversi e uguali, cerchiamo una nuova strada per stare, insieme, al mondo.



martedì 9 giugno 2026

Lo spopolamento invisibile

 Riporto un interessante articolo pubblicato ieri su "Rinascita" e firmato da Salvatore Bimonte.


Lo spopolamento invisibile: la vera crisi delle aree interne

Nelle aree interne non se ne vanno solo le persone: si svuotano legami, valori e comunità. Serve il coraggi di una rinascita che sia prima di tutto umana, sociale e culturale.

Sempre di più, quando volgiamo lo sguardo alle cosiddette aree interne del nostro Paese, la narrazione dominante si sofferma ostinatamente su un unico, drammatico dato oggettivo: lo spopolamento demografico. Raccontiamo, con toni che oscillano pericolosamente tra la nostalgia sterile e la rassegnazione, di intere famiglie costrette a fare i bagagli. Parliamo in continuazione di giovani che devono emigrare per cercare altrove quel futuro che i loro luoghi d'origine sembrano strutturalmente incapaci di promettere. Ci concentriamo in modo quasi ossessivo sui portoni sbarrati, sulle piazze deserte, sulle scuole di provincia che accorpano le classi in pluriclassi e, alla fine, chiudono definitivamente i battenti. Ma siamo davvero sicuri che lo spopolamento sia esclusivamente un fenomeno materiale, fatto di aridi numeri anagrafici che si assottigliano e di case abbandonate?

La tesi che intendiamo porre al centro del dibattito, andando oltre la retorica consolidata, è un’altra. Lo spopolamento più grave e insidioso, quello che sta realmente sventrando le fondamenta stesse delle nostre comunità marginali, è uno spopolamento valoriale.

Si sente spesso ripetere, come un mantra rassegnato nei luoghi di ritrovo, che “non esistono più i valori di una volta”. Eppure, dietro questa frase fatta, che rischia di suonare come un vuoto lamento, si nasconde una verità lacerante e profondamente politica. Siamo tutti sempre più presi dalle apparenze. Siamo fagocitati da un individualismo atomizzante che ha contagiato, come un virus silenzioso, anche quei luoghi che, per tutto il Novecento, avevamo considerato le roccaforti inespugnabili del senso di comunità e della solidarietà. Ci stiamo, tragicamente, perdendo la sostanza umana.

Di fronte a questa emorragia, la reazione più diffusa è l’ipocrisia. Facciamo finta di non vedere. Le amministrazioni, la politica a ogni livello e, molto spesso, le stesse comunità residenti scelgono la strada più facile: nascondere i problemi dietro proclami vuoti, narrazioni rassicuranti e demagogie varie.

Si esalta mediaticamente il “turismo lento”, si finanziano sagre folcloristiche e si investe sulla promozione delle tradizioni culinarie. Nel frattempo, però, si stende un velo pietoso complice e colpevolmente omertoso sulla realtà quotidiana e cruda di chi in quelle aree ai margini ci vive e, troppo spesso, si limita a sopravvivere lottando contro l’isolamento. Oggi, sempre di più, nelle nostre zone interne si radicano e proliferano a dismisura problemi reali, concreti e socialmente devastanti. Droga, alcolismo e gioco d’azzardo non sono più spettri confinati esclusivamente nelle periferie di degrado delle grandi metropoli. Al contrario, sono diventate vere e proprie piaghe sociali della nostra provincia più profonda e dimenticata.

In contesti in cui la marginalità geografica si traduce inevitabilmente in marginalità economica e culturale, le nuove dipendenze trovano un terreno drammaticamente fertile. La mancanza di lavoro dignitoso, l’assenza cronica di stimoli culturali, il taglio sistematico dei servizi di trasporto e di welfare hanno creato un vero e proprio vuoto. In questo vuoto desolante, i bar locali un tempo luoghi primari di aggregazione sana, di scontro e dibattito politico si trasformano talvolta in sale slot improvvisate. Luoghi oscuri dove si bruciano stipendi già decurtati e magre pensioni, nell’illusione disperata di un riscatto economico immediato. La patologia del gioco divora i risparmi di una vita nel silenzio generale.

Le piazze, un tempo cuore pulsante della vita civica, si svuotano di partecipazione democratica e si riempiono di solitudini. Individui isolati che cercano nell’alcol o nelle sostanze stupefacenti un anestetico a buon mercato contro la noia e la mancanza totale di prospettive future. Il disagio mentale e psicologico, specialmente tra i cittadini più giovani, viene costantemente silenziato e ignorato. Queste problematiche creano voragini incolmabili nel tessuto sociale. Distruggono nuclei familiari, scatenano conflitti domestici e alienano definitivamente i pochi giovani che avevano deciso coraggiosamente di restare. Eppure, queste ferite dovrebbero essere messe alla luce del sole, analizzate e curate.

Lo Stato ha il dovere politico, etico e costituzionale di intervenire. Deve tornare a presidiare questi territori non soltanto in un’ottica repressiva o di mero ordine pubblico, ma ripristinando quel prezioso tessuto di garanzie sociali che è stato spietatamente smantellato decennio dopo decennio. Servono presidi sanitari territoriali, consultori familiari funzionanti, centri di ascolto psicologico, spazi di aggregazione culturale e sociale che offrano alternative reali all’alienazione da dipendenza. Ma sembra, in modo desolante, che a livello istituzionale non interessi nulla di queste tematiche così urgenti.

Forse perché non fanno notizia nei grandi e chiassosi salotti televisivi. Forse perché i freddi numeri elettorali di questi territori sono considerati cinicamente irrilevanti dai grandi apparati decisionali. E quindi, semplicemente e colpevolmente, nessuno ne parla a livello nazionale.

C’è poi un altro nemico, forse ancora più subdolo perché endogeno, che si annida all’interno delle stesse dinamiche comunitarie: l’omertà, dettata dal pregiudizio e dal feroce controllo sociale tipico delle piccole realtà. “Meglio farsi i fatti propri”, si sussurra nei vicoli, perché in fondo come si dice nel mio paesino in Irpinia «è breogna». È considerata una vergogna sociale inammissibile ammettere pubblicamente che il figlio del vicino si droga, che il capofamiglia si gioca la casa alle macchinette o che l’alcolismo stia devastando interamente la vita di parenti o conoscenti.

Questa vergogna collettiva agisce come un silenziatore letale sulle richieste d’aiuto. Invece di far scattare la naturale molla della solidarietà, ci isola e ci frammenta. Rimaniamo paradossalmente poco scandalizzati di fronte al reale degrado materiale e morale, preferendo salvare a tutti i costi la facciata borghese e rassicurante della “comunità tranquilla”. Usiamo la parola “vergogna” nel suo senso più deteriore, conservatore e limitante. Non la viviamo come indignazione morale capace di spingere all’azione e correggere un’ingiustizia, ma la utilizziamo come un pesante tappeto sotto cui nascondere e spazzare la polvere delle nostre miserie quotidiane.

È arrivato il momento storico di invertire drasticamente questa rotta disastrosa. Se vogliamo dare un senso compiuto e politico alla parola “rinascita” per le nostre aree interne, non possiamo certamente limitarci ai bandi per la ristrutturazione estetica dei centri storici. Non bastano i bonus economici una tantum per chi trasferisce formalmente la propria residenza. La rigenerazione dei territori, se vuole essere efficace, reale e duratura nel tempo, deve essere prima di tutto umana, sociale e profondamente culturale. Dobbiamo avere il coraggio intellettuale di prendere coscienza della realtà in tutta la sua durezza e iniziare a parlarne. Tutti. A viso aperto e senza sconti. Dobbiamo rompere, una volta per tutte, il muro omertoso del silenzio, dell’indifferenza e dell’ipocrisia di facciata. Dobbiamo tornare a costruire reti di solidarietà attiva e militante. Reti che non siano basate sul pettegolezzo distruttivo o sul facile giudizio moralistico, ma fondate sul mutuo soccorso, sulla presa in carico collettiva del disagio e sulla cura reciproca.

Le istituzioni, sia centrali che periferiche, devono abbandonare la retorica tossica che tratta le aree interne come un pittoresco museo a cielo aperto da vendere sulle cartoline turistiche. Devono cominciare a vederle per quello che sono realmente: avamposti complessi, vitali ma sofferenti, che necessitano di una visione politica strutturale e non di effimere elemosine elettorali per combattere le nuove e vecchie povertà. Solo affrontando la realtà a viso aperto, per quanto scomoda, ruvida e dolorosa possa apparire, potremo sperare di arginare questo silenzioso e continuo esodo di anime, prima ancora che di corpi. Perché vivere in un contesto migliore non significa illudersi di abitare in un paese incantato e fuori dal tempo dove i problemi non esistono. Al contrario, significa far parte a pieno titolo di una comunità viva, coesa, che possiede gli strumenti critici, il coraggio civico e l’onestà intellettuale per guardare in faccia i propri mali e sconfiggerli insieme.

Braccano e le parole perdute

 A Braccano c'è questa particolarità: la gente perde le parole. E allora capita di trovare le parole perse per la strada. Non so come ac...