martedì 16 giugno 2026

Il Paese e la Terra

Riporto un interessante scritto di Vito Teti.

C’è un legame viscerale, antico e profondamente politico, che unisce il destino dei nostri paesi alla terra che li circonda. La parola “cultura” e la parola “coltura” condividono infatti la stessa radice latina, colere: abitare, coltivare, prendersi cura, onorare. Per secoli, nelle aree interne del nostro Paese, questo nesso è stato una realtà tangibile, un concerto quotidiano di fatiche, sguardi e relazioni tra l’essere umano, l’animale e il paesaggio agrario. Poi è arrivata l’emorragia dell’abbandono che in mezzo secolo ha trasformato i campi in un incolto silenzioso e ridotto i centri storici a gusci fragili. Chi è rimasto ha dovuto fare i conti con un paesaggio ferito, imparando ad abitare la solitudine di un luogo profondamente cambiato. Oggi, quel legame simbiotico e sensoriale tra l’uomo e il territorio sembra minacciato dall’avanzare di una cupa ideologia della fine. L’idea stessa di una chiusura definitiva dei paesi, del loro ineluttabile destino di “paesi fantasmi”, si è profondamente radicata nelle nuove generazioni, orientandole precocemente all’abbandono e alla fuga. È un paradosso doloroso: la convinzione di vivere nel vuoto genera altro vuoto, tramutando la percezione del declino in una profezia che si autoavvera, capace di prosciugare gli ultimi anticorpi morali e le energie fisiche di quanti vorrebbero restare. Una certa tradizione antropologica non è stata immune da questa deriva, alimentando un morboso gusto per le rovine che ha trasformato l’etnologo in un archeologo della memoria. James Clifford leggeva nella nostra disciplina una “scienza del lutto”, un esercizio in cui l’altro è dato per perduto in un tempo che si disintegra. Ma noi non possiamo ridurci a essere le prefiche dell’estinzione. Dobbiamo sottrarci a questo sguardo estinzionista senza, d’altro canto, scivolare nell’errore opposto: quel paesismo retorico, estetizzante e neoromantico che edulcora la complessità dei borghi trasformandoli in paradisi idilliaci per consumatori urbani, riducendo la restanza a un brand da folkmarket o a un gadget nostalgico. Al mito da cartolina occorre contrapporre la carne e la pietra, le storie reali degli uomini, delle case, delle strade, dei paesi. Contro i dispositivi narrativi esterni che compiono, come rilevato da Domenico Cersosimo, una sistematica “ingiustizia discorsiva” verso i margini, è necessaria un’inversione radicale dello sguardo. Guardare il mondo a partire dai margini significa accorgersi che il vuoto dei nostri paesi non è un’assenza assoluta, bensì uno spazio diversamente pieno. Quando gli abitanti dicono che «il paese è vacanti», o che si è drammaticamente «svacantato», non ci si trova mai di fronte a un vuoto assoluto. Certamente, per chi è cresciuto in un paese che contava quattromila abitanti, con le scuole affollate da trenta bambini e le strade animate da bar e botteghe, il confronto con l’attualità si traduce in un paragone impietoso. Eppure, mille abitanti non creano il deserto. Proprio l’esperienza del Covid ha mostrato come la dinamica tra pieno e vuoto stia cambiando: se si impara a guardare il luogo con un altro sguardo, ci si accorge che il vuoto è popolato dalle storie che interrogano, dalle geografie intime e dalla presenza invisibile di chi è partito, da nuovi germogli di speranza che si sono innestati su piante solide ma oramai considerate improduttive.

I veri paesi fantasma, semmai, sono le metropoli postmoderne o le colate di cemento costiere: agglomerati sovraffollati ad agosto e ridotti d’inverno a barriere spettrali davanti al mare. I nostri centri storici sono «paesi fisarmonica», che si allargano e si restringono seguendo i flussi stagionali e i ritorni della memoria, dinanzi a cui la politica offre spesso risposte distanti.
È in questo solco che la restanza si rivela per ciò che è: non una scelta passiva o pigra, ma un’attitudine generativa. La restanza produce nuove forme culturali e sociali, e da esse trae la linfa per sopravvivere. Non si tratta di imbalsamare un passato ormai tramontato. Come ci ricordava Andrea Zanzotto, il territorio non è un blocco di pietra immobile, ma una complessa costruzione storica capace quasi di «reincarnarsi assumendo diversi aspetti», poiché la sua «fioritura o la sua desolazione rispecchiano sempre quelle delle società umane». Quando la cultura torna a farsi coltura, essa dissoda la solitudine e semina nuove possibilità di cittadinanza. Un esempio luminoso di questa resistenza culturale e sociale è l’esperienza di Alba Donati e della sua libreria “Sopra la Penna”, aperta a Lucignana, tra le montagne della Garfagnana. In una terra apparentemente marginale, minacciata dall’isolamento, questa scommessa dimostra come la letteratura e la parola possano diventare presidi antropologici capaci di riattivare un’intera comunità. Alla radice di questa esperienza, come nelle tante di cui mi giunge notizia da ogni dove del Paese, risiede il senso profondo del legame tra cultura e territorio: i libri, la cultura, il cinema, il teatro, non sono merci di scambio per un mercato distratto, ma strumenti primari di appaesamento, capaci di ricreare un noi comunitario attorno a un luogo di cura e di dimostrare che la cultura, quando è radicata come una coltura, genera un senso di appartenenza che difende il territorio dalla desertificazione sociale.
I grandi scrittori del nostro Novecento hanno sempre saputo che il paese reale è il nucleo generativo della comprensione del mondo. Cesare Pavese, confinato nel 1935 a Brancaleone, annotava nel Mestiere di vivere «sotto le rocce rosse lunari» come ogni nostra creazione sia impossibile senza un nostro tornare al paese. Pavese avvertiva lo scarno turbamento di un paesaggio calabrese che non gli apparteneva biologicamente, sapendo che il sangue della poesia fluisce solo da quel legame larvale e prepoetico con il proprio luogo d’origine, giungendo a scrivere: «quale il mio paese tale io». Al contrario, quella medesima terra si faceva carne e sofferenza organica in Gente d’Aspromonte di Corrado Alvaro: un microcosmo sensoriale pervaso dal rumore assordante delle fiumare, dall’odore del siero fumante delle caldaie, dove il pastore seduto sul poggio suona la sua zampogna «come su un mondo». E Ignazio Silone, in Fontamara, ricordava che il paese natale è un vero e proprio Cosmo, un centro di gravità in cui si riflettono le fatiche universali di tutti coloro che fanno fruttificare la terra. Per decifrare i paesi di oggi, l’antropologo deve compiere un’operazione di sdoppiamento metodologico ed esistenziale. Essere paesani oggi non significa arroccarsi in un nostalgico isolamento. Ci sono due modi speculari di essere provinciali: il primo consiste nel credere che il proprio paese sia il centro del mondo; il secondo, altrettanto miope, sta nel convincersi che nel proprio paese non sia mai accaduto nulla, dimenticando che la grande storia attraversa anche le nostre strade. Finché ci sarà qualcuno che coltiva un orto sul retro di una casa fessurata o qualcuno che custodisce un libro in un paese di montagna, la fine del mondo sarà rimandata. Non siamo gli ultimi testimoni di un passato da rimpiangere, ma gli abitanti di un paesecosmo in cui tutti, diversi e uguali, cerchiamo una nuova strada per stare, insieme, al mondo.



martedì 9 giugno 2026

Lo spopolamento invisibile

 Riporto un interessante articolo pubblicato ieri su "Rinascita" e firmato da Salvatore Bimonte.


Lo spopolamento invisibile: la vera crisi delle aree interne

Nelle aree interne non se ne vanno solo le persone: si svuotano legami, valori e comunità. Serve il coraggi di una rinascita che sia prima di tutto umana, sociale e culturale.

Sempre di più, quando volgiamo lo sguardo alle cosiddette aree interne del nostro Paese, la narrazione dominante si sofferma ostinatamente su un unico, drammatico dato oggettivo: lo spopolamento demografico. Raccontiamo, con toni che oscillano pericolosamente tra la nostalgia sterile e la rassegnazione, di intere famiglie costrette a fare i bagagli. Parliamo in continuazione di giovani che devono emigrare per cercare altrove quel futuro che i loro luoghi d'origine sembrano strutturalmente incapaci di promettere. Ci concentriamo in modo quasi ossessivo sui portoni sbarrati, sulle piazze deserte, sulle scuole di provincia che accorpano le classi in pluriclassi e, alla fine, chiudono definitivamente i battenti. Ma siamo davvero sicuri che lo spopolamento sia esclusivamente un fenomeno materiale, fatto di aridi numeri anagrafici che si assottigliano e di case abbandonate?

La tesi che intendiamo porre al centro del dibattito, andando oltre la retorica consolidata, è un’altra. Lo spopolamento più grave e insidioso, quello che sta realmente sventrando le fondamenta stesse delle nostre comunità marginali, è uno spopolamento valoriale.

Si sente spesso ripetere, come un mantra rassegnato nei luoghi di ritrovo, che “non esistono più i valori di una volta”. Eppure, dietro questa frase fatta, che rischia di suonare come un vuoto lamento, si nasconde una verità lacerante e profondamente politica. Siamo tutti sempre più presi dalle apparenze. Siamo fagocitati da un individualismo atomizzante che ha contagiato, come un virus silenzioso, anche quei luoghi che, per tutto il Novecento, avevamo considerato le roccaforti inespugnabili del senso di comunità e della solidarietà. Ci stiamo, tragicamente, perdendo la sostanza umana.

Di fronte a questa emorragia, la reazione più diffusa è l’ipocrisia. Facciamo finta di non vedere. Le amministrazioni, la politica a ogni livello e, molto spesso, le stesse comunità residenti scelgono la strada più facile: nascondere i problemi dietro proclami vuoti, narrazioni rassicuranti e demagogie varie.

Si esalta mediaticamente il “turismo lento”, si finanziano sagre folcloristiche e si investe sulla promozione delle tradizioni culinarie. Nel frattempo, però, si stende un velo pietoso complice e colpevolmente omertoso sulla realtà quotidiana e cruda di chi in quelle aree ai margini ci vive e, troppo spesso, si limita a sopravvivere lottando contro l’isolamento. Oggi, sempre di più, nelle nostre zone interne si radicano e proliferano a dismisura problemi reali, concreti e socialmente devastanti. Droga, alcolismo e gioco d’azzardo non sono più spettri confinati esclusivamente nelle periferie di degrado delle grandi metropoli. Al contrario, sono diventate vere e proprie piaghe sociali della nostra provincia più profonda e dimenticata.

In contesti in cui la marginalità geografica si traduce inevitabilmente in marginalità economica e culturale, le nuove dipendenze trovano un terreno drammaticamente fertile. La mancanza di lavoro dignitoso, l’assenza cronica di stimoli culturali, il taglio sistematico dei servizi di trasporto e di welfare hanno creato un vero e proprio vuoto. In questo vuoto desolante, i bar locali un tempo luoghi primari di aggregazione sana, di scontro e dibattito politico si trasformano talvolta in sale slot improvvisate. Luoghi oscuri dove si bruciano stipendi già decurtati e magre pensioni, nell’illusione disperata di un riscatto economico immediato. La patologia del gioco divora i risparmi di una vita nel silenzio generale.

Le piazze, un tempo cuore pulsante della vita civica, si svuotano di partecipazione democratica e si riempiono di solitudini. Individui isolati che cercano nell’alcol o nelle sostanze stupefacenti un anestetico a buon mercato contro la noia e la mancanza totale di prospettive future. Il disagio mentale e psicologico, specialmente tra i cittadini più giovani, viene costantemente silenziato e ignorato. Queste problematiche creano voragini incolmabili nel tessuto sociale. Distruggono nuclei familiari, scatenano conflitti domestici e alienano definitivamente i pochi giovani che avevano deciso coraggiosamente di restare. Eppure, queste ferite dovrebbero essere messe alla luce del sole, analizzate e curate.

Lo Stato ha il dovere politico, etico e costituzionale di intervenire. Deve tornare a presidiare questi territori non soltanto in un’ottica repressiva o di mero ordine pubblico, ma ripristinando quel prezioso tessuto di garanzie sociali che è stato spietatamente smantellato decennio dopo decennio. Servono presidi sanitari territoriali, consultori familiari funzionanti, centri di ascolto psicologico, spazi di aggregazione culturale e sociale che offrano alternative reali all’alienazione da dipendenza. Ma sembra, in modo desolante, che a livello istituzionale non interessi nulla di queste tematiche così urgenti.

Forse perché non fanno notizia nei grandi e chiassosi salotti televisivi. Forse perché i freddi numeri elettorali di questi territori sono considerati cinicamente irrilevanti dai grandi apparati decisionali. E quindi, semplicemente e colpevolmente, nessuno ne parla a livello nazionale.

C’è poi un altro nemico, forse ancora più subdolo perché endogeno, che si annida all’interno delle stesse dinamiche comunitarie: l’omertà, dettata dal pregiudizio e dal feroce controllo sociale tipico delle piccole realtà. “Meglio farsi i fatti propri”, si sussurra nei vicoli, perché in fondo come si dice nel mio paesino in Irpinia «è breogna». È considerata una vergogna sociale inammissibile ammettere pubblicamente che il figlio del vicino si droga, che il capofamiglia si gioca la casa alle macchinette o che l’alcolismo stia devastando interamente la vita di parenti o conoscenti.

Questa vergogna collettiva agisce come un silenziatore letale sulle richieste d’aiuto. Invece di far scattare la naturale molla della solidarietà, ci isola e ci frammenta. Rimaniamo paradossalmente poco scandalizzati di fronte al reale degrado materiale e morale, preferendo salvare a tutti i costi la facciata borghese e rassicurante della “comunità tranquilla”. Usiamo la parola “vergogna” nel suo senso più deteriore, conservatore e limitante. Non la viviamo come indignazione morale capace di spingere all’azione e correggere un’ingiustizia, ma la utilizziamo come un pesante tappeto sotto cui nascondere e spazzare la polvere delle nostre miserie quotidiane.

È arrivato il momento storico di invertire drasticamente questa rotta disastrosa. Se vogliamo dare un senso compiuto e politico alla parola “rinascita” per le nostre aree interne, non possiamo certamente limitarci ai bandi per la ristrutturazione estetica dei centri storici. Non bastano i bonus economici una tantum per chi trasferisce formalmente la propria residenza. La rigenerazione dei territori, se vuole essere efficace, reale e duratura nel tempo, deve essere prima di tutto umana, sociale e profondamente culturale. Dobbiamo avere il coraggio intellettuale di prendere coscienza della realtà in tutta la sua durezza e iniziare a parlarne. Tutti. A viso aperto e senza sconti. Dobbiamo rompere, una volta per tutte, il muro omertoso del silenzio, dell’indifferenza e dell’ipocrisia di facciata. Dobbiamo tornare a costruire reti di solidarietà attiva e militante. Reti che non siano basate sul pettegolezzo distruttivo o sul facile giudizio moralistico, ma fondate sul mutuo soccorso, sulla presa in carico collettiva del disagio e sulla cura reciproca.

Le istituzioni, sia centrali che periferiche, devono abbandonare la retorica tossica che tratta le aree interne come un pittoresco museo a cielo aperto da vendere sulle cartoline turistiche. Devono cominciare a vederle per quello che sono realmente: avamposti complessi, vitali ma sofferenti, che necessitano di una visione politica strutturale e non di effimere elemosine elettorali per combattere le nuove e vecchie povertà. Solo affrontando la realtà a viso aperto, per quanto scomoda, ruvida e dolorosa possa apparire, potremo sperare di arginare questo silenzioso e continuo esodo di anime, prima ancora che di corpi. Perché vivere in un contesto migliore non significa illudersi di abitare in un paese incantato e fuori dal tempo dove i problemi non esistono. Al contrario, significa far parte a pieno titolo di una comunità viva, coesa, che possiede gli strumenti critici, il coraggio civico e l’onestà intellettuale per guardare in faccia i propri mali e sconfiggerli insieme.

Braccano e le parole perdute

 A Braccano c'è questa particolarità: la gente perde le parole. E allora capita di trovare le parole perse per la strada. Non so come ac...